La memoria è il miglior antidoto alla disonestà intellettuale e ai maldestri colpi di bianchetto. Perché, quando la memoria rimette in fila date e parole, il racconto dell’impudenza si scrive da solo. La dimensione eroica degli antagonisti torinesi si materializza, nel febbraio 2000, con “Rosso Askatasuna”. Si tratta di un documentario, proiettato in Comune su iniziativa di Rifondazione comunista, che nasce da un’irruzione della polizia nel centro sociale e accusa le forze dell’ordine di aver tentato di distruggerlo dopo i disordini del Primo Maggio.

L’equazione è banale: i picchiatori marxisti sono i buoni, i poliziotti i cattivi. Un filo rosso (sangue) che arriva fino ai giorni nostri. Nel maggio 2002 la magistratura vieta a quattro esponenti di Askatasuna la partecipazione a manifestazioni pubbliche. Sempre Rifondazione comunista reagisce con una nota ufficiale firmata dai capigruppo consiliari in Regione, Provincia e Comune, definendo il provvedimento una «abnormità» e chiedendo «un rapido riesame». Sul piano sindacale interviene l’area piemontese della Cgil “Lavoro e Società – Cambiare Rotta”, che denuncia «il clima di repressione» contro il movimento No Global e i centri sociali.