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3 FEBBRAIO 2026
Ultimo aggiornamento: 17:39
Sono passati 18 mesi da quando, in piena campagna elettorale per le Europee dell’estate 2024, il governo Meloni annunciava un piano per combattere le liste d’attesa. Vennero lanciati ben due provvedimenti. Uno di respiro più ampio, affidato a un disegno di legge, che avesse effetto sul lungo periodo. Una sorta di piccola riforma del Servizio sanitario nazionale, attualmente al vaglio della commissione Affari Sociali alla Camera, senza che da luglio se ne abbiano più notizie. E uno di carattere urgente, quindi affidato a un decreto legge, con gli interventi da applicare subito. Ma a un anno e mezzo di distanza, questo provvedimento – che già alla sua nascita aveva fatto sorgere molti dubbi a sindacati e osservatori indipendenti – non ha portato benefici ai cittadini. Due decreti attuativi su sei ancora non sono stati approvati, né hanno una scadenza precisa. Inoltre, la piattaforma di monitoraggio, una delle novità su cui l’esecutivo puntava di più, utilizza ancora indicatori opachi, che non consentono di capire né quali siano le prestazioni che accumulano più ritardi, né dove si concentrino le maggiori criticità. Le liste di attesa restano lunghissime. E chi non rinuncia a curarsi – oltre un italiano su dieci -, è sempre più spesso costretto a rivolgersi al privato: le famiglie italiane sono tra quelle che pagano di più di tasca propria per la loro salute in tutta Europa.









