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11 GIUGNO 2025

Ultimo aggiornamento: 16:59

Passano i mesi, ma sul fronte del decreto legge sulle liste d’attesa tutto tace. A distanza di un anno, infatti, il provvedimento presentato in tutta fretta dal governo Meloni all’alba delle scorse elezioni europee è ancora a un punto morto. Secondo quanto riportato dal Dipartimento per il programma di governo, dei sei decreti attuativi previsti dal provvedimento solo tre sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale, lo scorso aprile. Dei rimanenti, uno è scaduto da oltre nove mesi e due non hanno una scadenza definita. In barba al carattere di urgenza del provvedimento che doveva ridurre i lunghissimi tempi d’attesa per visite ed esami, dopo 12 mesi dalla pubblicazione, i cittadini non osservano alcun miglioramento. Le liste d’attesa restano ancora una insormontabile barriera d’accesso all’esercizio di un diritto, quale la cura della propria salute: nel 2024, sei milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie di cui avevano bisogno, di cui quattro milioni solo a causa delle interminabili liste d’attesa. Il +51% rispetto al 2023.

A riportare l’attenzione sul pantano in cui è rimasto incastrato il decreto legge è ancora una volta la Fondazione Gimbe. Non è la prima volta, infatti, che l’istituzione guidata da Nino Cartabellotta denuncia i ritardi nell’applicazione del provvedimento, spesso insieme ad altre associazioni e organizzazioni di categoria. L’ultima volta, sei mesi fa, il presidente era stato addirittura accusato di diffondere “fake news e strumentalizzazioni dei comunisti” dal senatore di Fratelli d’Italia, Franco Zaffini. “Abbiamo condotto un’analisi indipendente sullo status di attuazione della norma – spiega Cartabellotta – Il nostro obiettivo è informare in maniera costruttiva il dibattito pubblico e ridurre le aspettative irrealistiche dei cittadini, tracciando un confine netto tra realtà e propaganda”. E la realtà è portata alla luce anche dai dati diffusi dall’Istat: nel 2024 una persona su dieci ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, il 6,8% a causa delle lunghe liste di attesa e il 5,3% per ragioni economiche.