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Ultimo aggiornamento: 12:16
I numeri, purtroppo, parlano chiaro: il 75% delle zone umide presenti sul territorio italiano nei secoli passati è andato perduto a causa di bonifiche, urbanizzazioni e conversioni del territorio agricolo. Ad oggi 61 sono i siti ufficiali (saliranno a 66), anche se le zone umide di piccole e medie dimensioni sono, per fortuna, ben più numerose, anche se non censite. I dati sono stati diffusi dal Wwf a ridosso della Giornata Mondiale delle zone umide, lunedì 2 febbraio.
Quantità, ma anche qualità. Il 40% degli habitat di acqua salmastra o dolce presenta uno stato di conservazione scarso. Tantissimi i fattori di pressione su queste aree, come spiega Gianluca Catullo, responsabile specie e habitat Wwf Italia: “Alterazioni dei regimi idrologici per opere di regolazione delle acque, drenaggi, prelievi per irrigazione, conversione del suolo per agricoltura o urbanizzazione, inquinamento diffuso da nutrienti agricoli e scarichi urbani, specie aliene invasive, infine il fenomeno del saturnismo, cioè l’accumulo di piombo causato dalla caccia”.
A essere minacciate sono, ovviamente, anche le specie legate agli habitat umidi, in particolare anfibi e pesci d’acqua dolce. Secondo l’ultimo report della Direttiva Habitat (normativa europea per la protezione della biodiversità), circa il 53% delle specie risulta in uno stato di conservazione “inadeguato” o “cattivo”. Mentre per la Lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), circa il 38% delle specie di anfibi è minacciato, così come il 48% delle specie di pesci ossei d’acqua dolce; infine, il 20% delle specie di uccelli nidificanti è a rischio.







