Carnevale di Viareggio.. buona la prima! Diversamente dalla “sposa”, particolarmente fortunata se è “bagnata”, il Carnevale teme la pioggia e il coriandolo umido che non vola, altro non è se non il simbolo della tristezza. Invece domenica sui Viali a mare viareggini c’era un bellissimo sole e sono volati alcuni quintali di coriandoli per rallegrare l’atmosfera delle oltre 100mila persone che si sono sono ritrovate per assistere alla prima delle sei sfilate dell’edizione 2026 del Carnevale viareggino, vero e proprio grande appuntamento che da oltre 150 anni caratterizza l’inverno costiero toscano. C’è chi lo definisce un evento culturale, ma sicuramente è la festa di piazza più condivisa che si possa immaginare, perché basta un naso rosso, una parrucca, un abbigliamento fuori epoca ed è subito ironia, sberleffo, satira, allegria.

È una celebrazione popolare, ma da sempre i veri protagonisti delle sfilate sui viali con le palme, sono le grandi opere allegoriche, i giganti di cartapesta – meglio conosciuti come carri di prima categoria – concepiti e realizzati dai “carristi” che, ognuno insieme al proprio fedele team, si danno battaglia per aggiudicarsi il premio finale. Domenica sono stati nove, ognuno con un titolo e con tema ben preciso: “Nel campo dei miracoli” di Jacopo Allegrucci, un inno a chi ogni giorno suda, fatica e non cerca scorciatoie furbette; “La gallina dalle uova d’oro” di Alessandro Avanzini, ovvero una dedica speciale alla Presidente della UE, Ursula Von der Leyen, sempre pronta a esaudire i “desideri” dell’alta finanza; “In bocca al lupo” di Luca Bertozzi, dedicato a chi ogni giorno ha il coraggio di affrontare la vita; “I samurai del potere” di Luigi Bonetti con Trump, Putin e Xi Jinping abbigliati da antichi guerrieri nipponici intenti a giocare la loro partita; “The Last Hop(e). Il cambiamento climatico è una bufala” di Massimo e Alessandro Breschi, metafora della fragilità della Terra resa con figure ispirate da un celebre dipinto di Monet; “Nemmeno con un fiore” di Umberto, Stefano e Michele Cinquini, allegoria con ben 150 “fiori umani” che fa riflettere sul fatto che “che amare non è possedere”; “Gran Casino. Rien ne va plus” di Lebigre e Roger, con i potenti della Terra si sfidano al tavolo del destino, mentre l’umanità è solo una fiche; “999” di Carlo e Lorenzo Lombardi, che si ispira a un’antica una leggenda giapponese, secondo cui chi piega mille gru di carta può vedere realizzato un desiderio. Sadako Sasaki, vittima delle radiazioni della bomba di Hiroshima, iniziò a piegarle per guarire, ma si fermò a 999. Oggi Hiroshima potrebbe essere Gaza, Mariupol, il Sudan; infine “Io vivo in questo momento” di Roberto Vannucci, che invita a riflettere su tutto ciò che fa parte della nostra vita va vissuto con intensità e gratitudine.