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Ultimo aggiornamento: 14:50
Aveva 16 anni quando vide i fucili della banda criminale di Salvatore Giuliano sparare contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori, provocando 11 morti e numerosi feriti. E’ morto ieri l’ultimo superstite della strage di Portella della Ginestra, Serafino Petta: aveva 96 anni. Era il primo maggio del 1947 e Serafino, da sempre impegnato in politica, andò nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, a pochi chilometri da Palermo, per manifestare contro il latifondismo a favore dell’occupazione delle terre incolte e festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo. Improvvisamente partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d’ora e lasciarono sul terreno 11 corpi senza vita, di cui tre bambini.
Una strage entrata a far parte della Storia del nostro Paese, qualcuno lo definisce il “primo mistero d’Italia” per le presunte implicazioni di pezzi dello Stato, tanto che da allora ogni Primo Maggio sono in tanti a recarsi ancora in quel luogo per fare memoria di quell’eccidio.
Petta è diventato un testimone che ha raccontato quanto accadde quasi 80 anni fa a migliaia di giovani che in questi anni sono stati a Piana . Bastava arrivare in paese e andare alla Casa del Popolo per trovare Petta sempre pronto a narrare, soprattutto ai ragazzi. Negli incontri con i presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella non dimenticava mai di chiedere verità e giustizia per le vittime della strage e lo faceva in ogni occasione: “Avevo 16 anni. Volevano farci abbassare la testa – raccontava Petta – perché lottavamo contro un sistema in cui poche persone possedevano migliaia di ettari di terra e vi facevano pascolare le pecore, mentre i contadini facevano la fame. Tornammo qua a commemorare i morti senza paura. Non ci fermerete”.






