Manca una manciata di minuti alle 18. I duri e puri abbandonano il corteo e puntano corso Regina Margherita: vogliono solo lo scontro. Maschere antigas e passamontagna coprono i volti, i caschi proteggono le teste. Scoppia qualche petardo. Si accendono fumogeni rossi. I miliziani dell’Askatasuna e i compagni giunti da mezza Italia e pure dall’estero aspettano che cali il buio prima di scatenare il caos. Spuntano scudi con sopra disegnate la stella rossa e la freccia dell’antagonismo: la guerriglia può cominciare.

Piovono bombe carta, petardi, fuochi d’artificio, razzi, sassi e bottiglie di vetro contro il cordone di agenti che sbarra l’accesso verso la sede del centro sociale sgomberato prima di Natale dopo trent’anni di illegalità. Gli idranti della polizia cominciano a pompare acqua e partono anche i primi lacrimogeni. L’aria si fa irrespirabile. I professionisti del disordine indietreggiano ma non lasciano il campo di battaglia. Anzi, scatta l’operazione barricate: i bidoni e i cassonetti dei rifiuti (ma il sindaco Lo Russo non aveva firmato un’ordinanza per il loro ritiro?) lasciati lungo il controviale vengono buttati in mezzo alla strada e incendiati per impedire alle camionette di avanzare. Tubi di metallo diventano mortai per alimentare gli scontri. Il contatto fisico è imminente.