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31 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 21:56

“Il fine politico di imbrigliare l’azione del pm attraverso la separazione delle carriere, attraendolo inevitabilmente nella sfera dell’esecutivo, se non direttamente, attraverso il raccordo con la maggioranza parlamentare, è questione di tempo e appare ineluttabile, di qui il dovere di denunciare il concreto rischio di una involuzione della stessa democrazia”. È l’allarme lanciato da Enrico Zucca, procuratore generale di Genova, durante la cerimonia di apertura dell’anno giudiziario 2026. Un monito duro, quello del procuratore generale ligure, contenuto all’interno di un ragionamento molto articolato, che prende le mosse da una sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo (Danilet contro Romania), che ha ribadito il “diritto di intervento” dei giudici nel discorso pubblico, su temi che riguardano la politica giudiziaria, “anche laddove il contesto storico politico o legale di un dibattito ha impegnative implicazioni politiche”. Un diritto che per chi riveste “posizioni apicali” è “anche un dovere di intervento”, a “difesa del sistema della giustizia”.

Un intervento applauditissimo, quello di Zucca, accolto da una sala gremita di magistrati, incentrato in larga parte sui rischi legati alla “riforma della magistratura”, “coperta dalla foglia di fico della separazione delle carriere”: “Mai nella storia delle riforme sono state avanzate e realizzate proposte di tale vasta portata sulla scorta di così fragili e ambigue evidenze (…) La riforma ha evidentemente altri fini, che non sono quelli della inutile e indimostrata inerenza alla struttura del processo accusatorio. Il fine ormai dichiarato è il riassetto dei confini tra i poteri con la riduzione della autonomia e indipendenza della magistratura. Lungi dal ritenere fisiologico il conflitto tra poteri in cui l’uno guarda e si difende dallo sconfinamento dell’altro, lo si vuole eliminare, per riaffermare la predominanza dell’assetto governativo parlamentare, con l’ausilio di collaterali e più importanti riforme costituzionali dirette all’accentramento del potere per derivazione plebiscitaria. Terreni già percorsi in altri Paesi in cui si riconosce la deriva autoritaria, il primo passo essendo stato la accresciute ingerenza nella scelta dei giudici anche attraverso la modifica degli organismi di autogoverno”.