Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.
Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.
Tra forze dell'ordine e attivisti 70 feriti. L'islam politico si salda con la sinistra
Guerra urbana a Torino. Caschi, idranti, camionette che impazzano per la città. Non per un'emergenza improvvisa ma per una manifestazione che sin dalle prime ore mostra il suo vero volto. Le bandiere dei Carc, quelle dell'Api di Mohammad Hannoun, quelle dei Giovani palestinesi, quelle delle varie sigle antagoniste, quelle dei No Tav e quella della Gen Z, che sceglie ancora il teschio di One Piece, si mischiano davanti alla stazione di Porta Nuova. L'odore che pervade la città sa di cannabis. In aria sventolano tante falci e martelli, di vari tipi. La prova di forza contro lo Stato inizia. La prima parte del corteo, quasi piratesca, è riservata alla solidarietà a Mohammad Hannoun e agli altri finiti in carcere nell'inchiesta sulla "cellula italiana" di Hamas. "Hannoun libero" gridano dal camioncino che guida circa 15mila persone. L'organizzazione parla di 40mila. La questione è politica: al corteo partecipa anche Avs, forza di maggioranza torinese, alleata di Elly Schlein e Giuseppe Conte sul piano nazionale. Si procede. "Palestina libera dal fiume fino al mare". Vecchi militanti comunisti si intrecciano con le "seconde generazioni" di maranza. È un moto contro "il governo genocida di Giorgia Meloni". Brahim Baya, imam torinese in testa al corteo, prende il microfono lungo il tragitto che porta al Po: "Questa piazza è l'Italia migliore". Su Instagram precisa: "Essere qui non è estremismo". Circa mille facinorosi si staccano dal serpentone, uscendo dal percorso concordato con la Questura. Si dirigono verso l'ex sede di Askatasuna. I primi lacrimogeni si accendono sotto la Chiesa della Gran madre di Dio. "Sono fuochi d'artificio", ridono i partecipanti. Corso Regina, con un lento crescendo, diventa il teatro di una sommossa. Partono petardi, fumogeni, bottiglie, molotov, spranghe e bombe carta contro i reparti schierati. Può sembrare Parigi nel 2005, le banlieue in rivolta, la "questione sociale".






