Gli antichi logici parlavano di ignoratio elenchi per indicare lo spostamento del discorso dal suo centro a un punto che non c’entra nulla ma viene fatto passare come una confutazione di esso. Roberto Saviano, nel commento pubblicato da Repubblica ieri, sembra esserci cascato in pieno collegando la lotta alla mafia alla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. Che le due cose non abbiano nesso alcuno è fin troppo evidente, ma altrettanto lo è la strategia adottata dai fautori del no per portare acqua al proprio mulino: chiamare a raccolta intellettuali con una certa visibilità pubblica che paventano, ognuno per il proprio specifico settore di competenza, danni inenarrabili qualora la riforma costituzionale fosse conferma ta.
Insomma, da qui al 22 marzo dovremo aspettarci molte di queste operazioni di chiamata a raccolta, da parte del fronte progressista, dei propri “eroi” (più o meno “di carta” per usare l’espressione che un filosofo di vaglia e di sinistra quale il compianto Alessandro Dal Lago aveva usato proprio a proposito dell’autore di Gomorra). Ma veniamo a noi. Il ragionamento di Saviano, sempre per restare in ambito logico, è anche un sofisma: un sillogismo corretto nella forma ma inficiato dalla non dimostrata, e quindi infondata, assunzione di partenza, che cioè la separazione indebolisce i pm e apre lo spazio al loro controllo da parte della politica. Anzi di una politica intesa come “parte insana” della società e quindi per principio silenziosa o addirittura collusa con la criminalità e i poteri economici che la sorreggono.







