La Corte costituzionale dà ragione alle difese, ma salva il processo ai presunti assassini di Giulio Regeni. Anzi, lo rimette in moto. La Consulta ha dichiarato incostituzionale una norma del codice di procedura penale che, nella speciale ipotesi di giudizio in assenza introdotta proprio per il processo per l’uccisione di Giulio Regeni, non garantiva la copertura economica dello Stato per il consulente tecnico di parte nominato dal difensore d’ufficio. Una lacuna che, secondo i giudici costituzionali, violava l’articolo 24 della Costituzione e il diritto di difesa.

La decisione ha un effetto immediato e concreto: rimuove l’ultimo ostacolo procedurale che aveva rallentato il dibattimento davanti alla Corte d’assise di Roma e consente al processo Regeni di ripartire entro la fine del mese, con l’obiettivo – ora realisticamente alla portata – di arrivare a sentenza entro l’estate.

Il nodo era tecnico. La questione nasce nel dibattimento riaperto dopo la sentenza n. 192 del 2023, con cui la stessa Corte costituzionale aveva consentito di procedere in assenza nei confronti degli imputati egiziani, nonostante l’impossibilità di dimostrare che fossero stati messi concretamente a conoscenza del processo, a causa della mancata cooperazione dello Stato di appartenenza. Una scelta eccezionale, giustificata dalla natura dei reati contestati – sequestro di persona, torture, lesioni e omicidio pluriaggravato – e dal rischio che l’inerzia internazionale producesse una sostanziale impunità.