PALERMO Il paragone è forte, di quelli che spazzano via i residuali dubbi, qualora ce ne fossero, sulla portata del disastro. Il movimento franoso di Niscemi ha superato quello del Vajont. «In questo momento stiamo parlando di circa 350 milioni di metri cubi. Il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentato 263 milioni», spiega il capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano. Quasi una volta e mezza la quantità di costone roccioso che una sera di ottobre di sessantatré anni fa si staccò dal Monte Toc. Precipitò nella diga friulana, provocando un'onda che travolse Longarone, Erto e Casso tra le province di Belluno e Pordenone. I morti furono 1.917, 400 dei quali mai più ritrovati. Per fortuna a Niscemi non ci sono state vittime.
La frana è attiva e si sposta verso il centro del paese in provincia di Caltanissetta. Avanza la linea di cedimento e arretra il limite della zona rossa dove vivevano gli sfollati. Il limite, ad oggi fissato a 150 metri dalla linea della frattura, è destinato ad ampliarsi. Al momento sono state evacuate 500 famiglie per un totale di 1.276 persone. Per molte il futuro è già segnato. Le parole del capo della Protezione civile sono trancianti: «All'interno di queste persone ci saranno coloro i quali non potranno mai più tornare nelle proprie case». Queste ultime, ha rimarcato Ciciliano, «non solo non potranno più essere ripopolate ma andranno distrutte, sempre che l'arretramento della frana non ci pensi da sola».










