In Italia gli sbocchi professionali, soprattutto se prevedono la possibilità di lavorare nel privato con guadagni più alti, fanno la differenza tra i giovani medici italiani al momento di decidere quale specializzazione intraprendere. Pochissimi giovani camici bianchi a esempio scelgono di specializzarsi per diventare microbiologi o virologi (tanto di moda ai tempi del Covid) o farmacologi che lavorano in gran parte nel settore pubblico.

Ma anche per diventare patologi clinici, radioterapisti o medici che curano il dolore: per queste specialità dal 60% all’80% dei posti assegnati per diventare medico attraverso il corso di specializzazione sono andati deserti nell’ultimo round che ha assegnato le borse di specializzazione che garantiscono uno “stipendio “ di circa 1700 euro al mese.

Ma soprattutto poco più di un giovane dottore su due sceglie di seguire dopo la laurea il corso di specializzazione necessario per imparare a impugnare un bisturi da chirurgo o per lavorare dentro un pronto soccorso: due specialità cruciali queste per far andare avanti gli ospedali, ma che nell’ultima selezione in autunno scorso hanno visto rispettivamente il 45% di posti non assegnati per emergenza urgenza (439 su 976 borse di studio) e il 37% per chirurgia (247 su 622 posti).