Cosa vogliono le donne? Essere belle», diceva Valentino.

«La bellezza genera bellezza», era il credo dello stilista, scomparso lo scorso 19 gennaio a 93 anni, nella “sua” Roma – nato a Voghera, la elesse a città del cuore e della sua maison – e in quell’idea di bellezza non c’era nulla di effimero o meramente estetico. C’era una precisa visione filosofica. Rendere belle le donne, farle davvero sentire – e vedere – tali significava contribuire a dare loro una nuova percezione di sé, aumentare l’autostima, donare a ognuna gli strumenti per dire “io”, con l’irruenza dei desideri e la forza di sentirsi a proprio agio ovunque. Pienamente padrone della propria vita. D’altronde, come diceva Edith Head, costumista che ha fatto la storia del cinema, «Puoi avere tutto ciò che vuoi dalla vita se sei vestita per averlo». E Valentino poteva – e voleva – creare l’abito giusto per permettere a ogni donna di realizzare i propri sogni.

Ogni creazione di Valentino diventava una sorta di “abito” mentale, uno strumento per ripensarsi. E il rosso contribuiva a cambiare lo sguardo – «Il rosso abbellisce molto», diceva lo stilista – garantiva il giusto pathos e una sferzata di energia guardandosi allo specchio. «Valentino è stato un grande maestro di stile e tutta la vita ha lavorato per crearne uno che, in qualche modo, fosse realmente parte dell’esistenza. Ha soddisfatto il desiderio di bellezza della società», spiega la storica dell’arte Anna Coliva, ex direttrice della Galleria Borghese a Roma e, lo scorso anno, tra i curatori di Orizzonti Rosso, prima mostra di Pm23, spazio culturale della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, nella Capitale. «I suoi abiti erano opere da indossare. Grazie alle sue creazioni, ognuna poteva creare un rapporto profondamente individuale con l’arte, identificandosi con essa. In una società massificata, ha regalato la possibilità di sentirsi uniche».