Era, secondo gli inquirenti, un ingranaggio di vertice di una macchina criminale rodata, violenta, stabile. La piazza di Rogoredo non è un accidente urbano né una ferita improvvisa. È una zona franca dello spaccio, una delle più grandi del Nord Italia, governata da anni da organizzazioni strutturate, con ruoli, gerarchie e turni. In questo sistema, Mansouri non era un “cavallino”, non un manovale della droga sacrificabile. Era un supervisore, un rifornitore, un controllore. Uno che garantiva continuità operativa, ventiquattr’ore su ventiquattro, rifornendo lui i “cavallini” lungo i binari e sotto i cavalcavia della periferia sud. Il suo curriculum giudiziario racconta una storia coerente, non episodica. Irregolare, senza mai chiedere un permesso di soggiorno, abituato a muoversi nell’ombra e sotto falso nome.