La parola che descrive il fenomeno psicologico che racconta molto del modo in cui gli adolescenti – e non solo loro – vivono la propria identità relazionale

di Stefania Medetti

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#cringe. Dietro l’hashtag dei nostri tempi si nasconde un fenomeno psicologico profondo che racconta molto del modo in cui gli adolescenti – e non solo loro – vivono la propria identità relazionale. In origine, in inglese antico, cringe indicava il gesto di ritirarsi o cadere in battaglia, ma dalla fine degli anni Novanta, ha iniziato a essere utilizzato anche in senso figurato e oggi descrive tutte le situazioni di imbarazzo sperimentate in prima o per interposta persona. Questa dinamica ambivalente attrae e spaventa allo stesso tempo: il ridicolo, infatti, mette a nudo di fronte allo sguardo delle altre persone. I social hanno accentuato queste valenze, trasformando l’imbarazzo in uno spettacolo planetario e il risultato è una forma paura sociale paralizzante: un recente studio di Pew Research Center, per esempio, rivela che il 58% degli adolescenti evita di pubblicare contenuti personali per timore del giudizio online. “Il fenomeno del cringe riflette la profonda sensibilità al giudizio altrui e il terrore di mostrare la propria inadeguatezza tipica degli adolescenti - osserva la dottoressa Ramona Gatto, psicologa psicoterapeuta presso il Gruppo Ginestra. Per queste ragioni, usare l’etichetta cringe funge da meccanismo per affermare l’appartenenza al gruppo e gestire l’insicurezza e la vergogna. Questa dinamica, tuttavia, può portare a un immobilismo sociale per paura di sbagliare o di esporsi”.