Viene un nodo di malinconia in gola, ricordando una grande mostra allestita a Milano dopo la morte di Oriana Fallaci, avvenuta nel 2006: c’erano i suoi adorati cappelli, le corrispondenze inviate dal mondo, venne riproiettata la famosa intervista all’ayatollah Khomeini (quello delle stragi di oggi si chiama Khamanei e sembra un copia e incolla del precedente) appena insediato, dopo la caduta e la fuga dello scià. Oriana gli aveva fatto una sceneggiata pazzesca, strappandosi il chador, che era stata obbligata ad indossare, dicendogli di vergognarsi per aver imposto alle donne una tale schifezza. Erano gli anni Settanta, e in Occidente molte donne in crescendo di emancipazione professionale marciavano urlando lo slogan “io sono mia”.

Ma Oriana detestava gli ismi, nessuna come lei apparteneva soltanto a se stessa, da quando era nata, e aveva sempre voluto fare di testa sua, sin da bambina. Ma fece anche molte inchieste sulla condizione femminile. Non cedendo alla lusinga di quotidiane abitudini rassicuranti, solo moglie e madre come tutte le ragazze di allora, che magari di lamentavano, ma andava bene così. Insultando o blandendo, ferendo o accarezzando, perché questa è la vita. E secondo questa formula, di conseguenza, aveva fatto suo anche il principio sacro del giornalismo, inimitabile stile Fallaci: professione iniziata giovanissima, quando si era iscritta alla facoltà di di medicina, seguendo l’indirizzo formulato dalla famiglia, ma lei invece voleva scrivere.