«In principio è stata l'Oriana. Quella scriteriata di madre mi ha messo in mano "Niente e così sia" e non me ne sono staccata più». Lucia Goracci non è una di quelle giornaliste dell'alta società con manicure fresca di giornata. Se passi buona parte della tua vita da adulta tra Libia, Siria e Afghanistan impari a rivedere la lista delle priorità. Solo la piega ai capelli onora l'occasione del premio alla carriera "Goffredo Parise" per il reportage.

Gli occhi pungenti, la pelle scura, la sobrietà delle parole non passano però inosservati. Ascoltarla è anzitutto capire la differenza tra le convinzioni che ti fai comoda sul divano di casa rispetto a chi della guerra conosce bene l'odore, e spesso le ferite. Come è accaduto a lei molte volte. L'ultima l'8 ottobre 2024 in Libano, quando il suo autista, dopo avere messo in salvo lei e il suo operatore da un'imboscata è caduto perpendicolare a terra e lì è rimasto, a causa di un infarto provocato dallo choc per l'aggressione.

Cosa significa oggi fare l'inviato di guerra?

«Il nostro è un racconto più affaticato. Percepito come meno essenziale. Un tempo i mujhaidin avevano bisogno dei giornalisti per esistere. Oggi con una mano si riprendono e con l'altra agitano il kalashnikov. Poi c'è questa faticosa osmosi in cui il racconto giornalistico è costretto a vivere con internet. Il tuo racconto che cerca sempre la complessità e rifugge la dicotomia rischia di perdersi. Bisogna sempre schierarsi. E invece in guerra io sono convinta che il male non sia mai di una parte sola».