Con che faccia gli esponenti della sinistra, e più in generale tutti coloro che hanno sparato a zero su Israele per un anno intero, celebreranno oggi il Giorno della Memoria? In quest’ultimo periodo è successo quel che pensavamo che mai più sarebbe successo. E che la reiterazione della Memoria ogni 27 gennaio avrebbe dovuto servire proprio a non far più succedere, temprando le nostre coscienze in modo definitivo. Abbiamo visto cioè rinascere, proprio in Europa e in Occidente, l’antisemitismo. E lo abbiamo visto assumere proprio quella fisionomia ambigua che esso aveva assunto un tempo, a cavallo fra Otto e Novecento, andando a costituire il brodo di coltura ove poi sarebbero maturati i progetti nazisti di “soluzione finale” della “questione ebraica”. Capziose distinzioni fra Israele e il suo governo, fra cittadini dello Stato ebraico ed ebrei.
E poi ancora l’uso del termine “genocidio”, prima da tutti usato per indicare l’unicità della Shoà, slargato così tanto da farlo diventare un boomerang per gli stessi ebrei, in un gioco di specchi ove le vittime di un tempo, anzi di sempre, diventavano, contro ogni evidenza anche empirica, gli efferati carnefici di oggi, i nuovi “nazisti”. A Israele è stato non solo negato il diritto di difendersi, ma persino quello d’esistere. Lo slogan-programma di Hamas, “Palestina libera dal fiume al mare”, è stato fatto proprio senza troppi turbamenti d’animo anche da tanti occidentali. In questo totale capovolgimento della realtà, in questa sfrontatezza senza limiti, si è distinta proprio la sinistra, la stragrande maggioranza di essa, persino quella che un tempo (ora non più) chiamavamo “riformista”. Cioè quella parte politica che più aveva riempito di retorica le manifestazioni del 27 gennaio nei decenni precedenti.













