«Carnevale, buon compagno, venga pur tre volte l’anno». Non è un’esagerazione da detto popolare, ma una constatazione: il Carnevale non stanca mai e, se tornasse più spesso, troverebbe piazze pronte, maschere nuove e lo stesso entusiasmo di sempre. Il 2026, poi, è un anno di anniversari importanti che raccontano quanto questa festa sappia resistere al tempo, reinventandosi senza perdere il suo carattere più profondo e la sua storia. Quattro secoli per Sciacca, cento anni per San Gimignano: numeri che non sono solo cifre, ma strati di memoria collettiva, di cartapesta, di musica, di comunità che ogni inverno tornano a mettersi una maschera per dire qualcosa di serio con il sorriso.

Il Carnevale, in fondo, nasce proprio così. Come sospensione delle regole, come spazio autorizzato al rovesciamento. Lo racconta bene Carlo Lapucci, nel suo libro Carneval, non te ne andare (Graphe.it). «Per molto tempo, e fino quasi ai nostri giorni, era usanza, in uno o più giorni di Carnevale, chiudere il paese. Il bando stabiliva orari, modalità e pene per chi trasgrediva, entrando o uscendo senza permesso». Dentro, però, tutto era concesso. Scherzi, eccessi, battaglie a colpi di uova, farina, acqua. Altro che coriandoli. Prima che subentrasse la carta colorata, questo rito, infatti, era fatto di altro. «A Roma - scrive ancora Lapucci - i nobili si procuravano centinaia di uova per vere e proprie battaglie che non di rado degeneravano in sassaiole». Il senso era chiaro: ribaltare l’ordine e riderci sopra. I coriandoli che tutti conosciamo arrivano più tardi, con un’idea quasi da invenzione felice. È Trieste, nel 1876, a tenere a battesimo uno dei simboli più riconoscibili della festa. Il quattordicenne Ettore Fenderl, non avendo confetti né petali, taglia pezzetti di carta colorata e li lancia dalla finestra di casa sulle maschere e sui carri sottostanti. Costano poco, fanno effetto. Gli Asburgo se ne innamorano, l’idea vola fino a Vienna e poi conquista tutta Europa. Decisamente più comodo che rovesciare secchi d’acqua sui passanti, come facevano le donne a Madrid nel Seicento.