Negli ultimi anni la mancanza di buon gusto sembra essersi consolidata come una vera e propria tendenza estetica. Ma il fenomeno, oggi, è anche culturale
di Mattia Insolia
Il rapporto umano con il brutto (con ciò che di norma è sgradevole) è sempre stato complesso. Di fronte a qualcosa che non è piacevole ai sensi in alcuni di noi la prima reazione è di repulsione. Ostilità o diffidenza, di questo si tratta nella gran parte dei casi, ma spesso può nascere una sorta di tenerezza, un misto di sollievo e compassione. Ciò che bello non è, difatti, può pure farci sentire a nostro agio, può attrarci, interessarci, addirittura piacerci.
Tant’è che negli ultimi anni c’è stata una certa fioritura di roba brutta.
Pupazzi con un occhio più grande dell’altro, gadget con cuciture storte e scarpe dalle linee troppo spigolose, lampade oblunghe, poltrone tracagnotte e camicie che sembrano proprio tagliate male. Ogni tanto, a guardarsi attorno, si ha la sensazione che la presenza di difetti o la mancanza di buongusto si sia consolidata come una vera pratica estetica. Non una moda passeggera, come tanti credevano negli anni Novanta ma un messaggio chiaro: non sono qui per piacerti subito, anzi: devi sforzarti tu di capirmi; l’estetica del brutto è studiata e dietro può nascondere dei significati profondi.








