Sono passati ottant'anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ma la questione ebraica non ha smesso di essere al centro del dibattito culturale e storico. Questo è accaduto per due motivi: la prima causa è politica, riguarda le conseguenze della questione medio-orientale mai risolta. La seconda ragione è, forse, ancora più pertinente e legata alla lettura di questo libro, perché riguarda l'essenza religiosa dell'ebraismo, il cui severo monoteismo continua a turbare le coscienze di molti uomini, rispetto a forme più o meno dissimulate di politeismo, a cui l'umanità si lascia andare. Il rigore dell'ebraismo è sempre stato, e non può non essere, una fonte di turbamento per chiunque si confronti con le sue idee.

La storia che racconto in queste pagine è una storia di passioni e tragedie, di ardori e persecuzioni.

La rivoluzione socialista in Russia era stata seguita con grande entusiasmo dalla popolazione ebraica, che aveva offerto al paese molti dei suoi più appassionati dirigenti e militanti. Lo stesso marxismo si era nutrito di esponenti di origine ebraica, a cominciare da Karl Marx che era figlio di rabbini.

La seconda guerra mondiale ha annientato sei milioni di ebrei europei e cancellato la cultura e il pensiero di un popolo, una mentalità. L'ebraismo europeo è stato colpito da questa vicenda terribile che lo ha decimato e che ha impedito che, nel dopoguerra, si manifestasse ancora quella forte vitalità culturale e sociale che aveva prima. È una tragedia le cui onde d'urto continuano a farsi sentire, anche se sono passati decenni.