Allo Stellan Skarsgård/Gustav di Sentimental Value, oltre a una dozzina di primi piani impressionanti e silenziosi, che stenderebbero tre quarti del star system maschile cinematografico del Novecento, si deve una battuta epocale in questi tempi grami di cinema standardizzato e serializzato: “Non si scrive Ulisse (di Joyce, ndr) giocando a calcetto e occupandosi dell’assicurazione dell’auto”. Insomma, Gustav è un artista vampiro, egomaniacalmente demodé, donnaiolo (con classe), regista cinematografico oramai anziano, probabilmente al suo ultimo film. Gustav è anche stato (soprattutto?) un padre assente. L’occasione di reincontrare dopo molto tempo le due figlie – l’attrice teatrale affermata, depressa e single Nora (Renate Reinsve) e la più bonaria, materna con prole Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) – è quella delle esequie della ex moglie morta che si svolgono nell’ampia casa norvegese che appartiene a Gustav da generazioni e dove la ex moglie ha svolto per decenni il lavoro da psicanalista, con le bimbe che ascoltavano di nascosto i pazienti aprendo un’antica stufetta nella sala da pranzo.
Sentimental Value – molto apprezzato dall’Academy con nove nomination, anche quella come miglior film – si apre con fresca magniloquenza, e si chiude con un sottile artificio, con la macchina da presa di Joachim Trier che esplora e descrive in rapida successione temporale lo spazio familiare di questa casa, premendo l’osservazione su dettagli metaforici (le crepe strutturali nei muri; la casa è “più felice quando è vuota o piena?”), per un’unità di luogo che in realtà non è così autorevolmente pregnante, omogenea e continuativa nell’economia delle due ore e 13 minuti di film. Insomma, non siamo dalle parti di Fanny e Alexander di Bergman (anche se la ricerca di profondità di campo tra una stanza e l’altra attraverso i corridoi viene timidamente tentata), ma di un racconto al quale questo centro di gravità drammaturgico serve come serbatoio di benzina a cui attingere spesso senza mai impiccarsi in esso.













