Il mese scorso, alla Certosa di Bologna, abbiamo salutato Simona, una educatrice bolognese che per più di trent’anni ha lavorato nei servizi educativi territoriali con adolescenti a rischio: ragazzi e ragazze con difficoltà psicologiche e culturali, fragilità familiari, percorsi scolastici intermittenti, vite in bilico tra dispersione e marginalità. Per questo commiato si è radunata una piccola folla di educatori ed educatrici extrascolastiche: una comunità invisibile agli occhi dell’opinione pubblica, eppure decisiva per la tenuta sociale dei nostri territori. Professionisti e professioniste intellettuali con un alto tasso di competenza pedagogica e un afflato politico raro: perché lavorare con questi adolescenti significa prendersi cura di una parte di cittadinanza che, se lasciata sola, può essere catturata da prospettive antisociali, derive delinquenziali o forme di ritiro sociale e sofferenza psichica.
Questa collega, fino all’ultimo, ha difeso la rete dei servizi educativi territoriali e chiesto riconoscimento – economico, professionale, culturale – per una figura, l’educatore socio-pedagogico, oggi messa ai margini e a rischio di estinzione. Non è un dettaglio: il modo in cui una città riconosce i suoi educatori dice molto di come immagina la convivenza e il futuro comune. E tuttavia, mentre i giornali registrano quotidianamente l’emersione del disagio giovanile post-pandemico, il discorso pubblico scivola su un piano pericoloso: da un lato medicalizza, dall’altro stigmatizza.








