Magari il prossimo anno fra i banchi ci saranno pure i genitori. Raccogliendo quello che i ragazzi rivolgono loro come una specie di invito a comparire. A farsi avanti. Da assenti ingiustificati - e però invocati - fuorché parte attiva ogni qualvolta si parli di educazione sessuale - fermo restando, va detto, le «non rare eccezioni». C’è voluto che un’alunna ne facesse richiesta espressa alla preside per portarla a scuola. E, nel dettaglio, al liceo classico Socrate di Bari, dove si è tenuto il secondo dei tre incontri dedicati all’educazione alla sessualità, all’affettività e al benessere psicofisico promossi da Asl Bari.

Otto ragazzi, sei femmine e due maschi, fra i sedici e i diciassette anni. Otto su una popolazione scolastica che conta oltre centocinquanta alunni, quanti sono gli iscritti alle classi quarte, cui l’incontro era destinato. C’è un motivo, e anzi ce n’è più di uno, che spiega perché in numero così basso. Uno fra tutti: la partecipazione subordinata al consenso genitoriale, come il presente quadro normativo vuole, e dunque, inevitabilmente, frammentaria.

«Sappiamo di alcuni ragazzi i cui genitori avevano qualche resistenza e hanno scelto di non sposare l’iniziativa», dice chi, invece, c’è. E c’è con dietro il carico di curiosità e – soprattutto - dubbi prima, in parte, sottaciuti che «è bene avere a un’età come la vostra», dice loro Alessia Marconcini, relatrice nonché psicologa della direzione medica dell’ospedale San Paolo. Chiedono: «Come si riconoscono i sintomi della violenza di genere?». Le risposte sono loro stessi a darsele. E sono più che mai eterogenee, come del resto accade un po’ per tutti i quesiti sollevati, quando non il prodotto di uno scontro fra visioni. «Impedirmi di vestire nel modo in cui desidero», dice una.