Solo mezz’ora di macchina da Voghera, dove Valentino Garavani nasce nel 1932, a Piacenza, dove due anni dopo verrà alla luce Giorgio Armani. Due mondi così vicini e allo stesso tempo così lontani. Il primo volerà tra Parigi e Roma per rendere le donne bellissime con il suo rosso, dichiarazione d’amore, simbolo del suo marchio; il secondo si stabilirà a Milano per costruire il suo impero e vestire donne in carriera dall’aria sobria ed elegante con l’ormai celebre greige, la sua sofisticata tonalità tra il grigio e il beige.
Valentino amante dei cani, dei Carlini in particolare, pezzi di cuore dal musetto nero e schiacciato ripeteva: «Non mi importa della collezione. I miei cani sono più importanti». Armani invece prediligeva i gatti: «Creature meravigliose, eleganti e intelligentissime. Le si può solo amare». Per dirla con le parole di François-Anatole Thibault «fino a quando non avrai amato un animale, una parte della tua anima rimarrà sempre senza luce». Quanta luce invece nell’animo nobile dei due stilisti: l’uno lanciato nel mondo del jes set, l’altro votato alla discrezione.
Due vite dedicate, consacrate alla moda (altissima). Due geni della creatività, che si stimavano senza però risparmiarsi frecciatine. E che se ne sono andati in punta di piedi a quattro mesi di distanza. Il 4 settembre scorso, giorno della scomparsa dire Giorgio, Valentino disse con la sua proverbiale eleganza: «Oggi piango qualcuno che ho sempre considerato un amico, mai un rivale». E ancora: «Non posso che inchinarmi al suo immenso talento. Ai cambiamenti che ha portato alla moda, e soprattutto alla sua incrollabile fedeltà ad uno stile: il suo».













