Gabriele Lavia riporta in teatro il capolavoro di Eugene O'Neill, quel "Long Day's Journey into Night" scritto tra il 1941 e il 1942 che gli valse il Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1957 e che Sidney Lumet portò anche sul grande schermo. Partendo dall'adattamento di Chiara De Marchi, Lavia costruisce questo "Lungo viaggio verso la notte" in cartellone al Teatro Goldoni di Venezia da domani a domenica come una prigione in cui incastona l'attraversamento impietoso e autentico del fallimento di una famiglia. «La casa-prigione della "famigliaccia" che O'Neill ci racconta - dice il regista - è proprio casa sua. E qui sta il cammino tortuoso di una possibile messinscena-viaggio di quest'opera, davvero amara, scritta da O'Neill. Un viaggio impietoso dentro l'amarezza di un fallimento senza riscatto».

Lavia, lei parla di "cammino tortuoso" per questa messinscena. In cosa è stato sfidante il testo di O'Neill?

«La scrittura di O'Neill è apparentemente lineare, una tipica drammaturgia americana. Eppure O'Neill è un poeta molto più complicato. Non so se con questo lavoro riesco a restituire quello che lui immaginava o se lo abbia tradito, ma in fin dei conti c'è sempre un tradimento. E l'ho "tradito" costruendo una scena fortemente simbolica».