Finita la guerra un generale torna a casa, ma intanto la moglie si è presa un amante, in combutta col quale lo uccide. I figli vendicano il padre ammazzando fedifraga e drudo, salvo poi essere essi stessi travolti dai sensi di colpa. Ne Il lutto si addice ad Elettra (1931) Eugene O’Neill riprese la torva vicenda raccontata da Eschilo articolandola anche lui in una trilogia ambientata stavolta nel New England. Ma al posto dei motivi dei greci di 2500 anni fa - ineluttabilità del fato, imperscrutabilità degli dèi, nascita delle leggi umane che tentano di regolare i richiami del sangue - mostrò le sordidezze del suo tempo - orgoglio di casta, frustrazione sessuale, madri castratrici, figli edipici - in un inferno familiare dove non si salva nessuno. Lo spettacolo dello Stabile di Genova si avvale di una limpida versione di Margherita Rubino che ha snellito il testo fino a portarlo a tre ore (abbondanti) contro le più di cinque del famoso allestimento di Ronconi, specie grazie all’eliminazione del coro con gentuccia della piccola comunità. Tesa e compatta la regia di David Livermore, che firma anche una indovinata scenografia postespressionista, pareti sagomate da scuri riquadri sghembi e ogni tanto colorate con proiezioni di tinte pastello che come le sottane a campana alludono ai memorabili mélo hollywoodiani Anni 50. E certo coi suoi dialoghi pieni di odio tra i personaggi e con i suoi colpi di scena è puro mélo questa trama, da recitare senza ironia, come ben fanno i sette eccellenti interpreti. Sugli scudi oltre alla solita infallibile Elisabetta Pozzi i due giovani ossessionati Linda Gennari e Marco Foschi, strenui nel tener viva a forza di sfoghi e disperazioni anche l’interminabile coda, quando le erinni moderne, ossia la confusione della psiche, esigono la loro parte.