Accade un fatto tragico come quello dello studente ucciso a La Spezia da un compagno di scuola e subito si annunciano misure generali contro la criminalità giovanile, aumenti di pena, pugno di ferro. Come quando, quasi due anni e mezzo fa, la violenza sessuale ripetuta compiuta da minorenni ai danni di due bambine a Caivano, nella periferia di Napoli, costituì il motivo dichiarato per l’emanazione dell’omonimo decreto.
Io non so come sia stato possibile che si siano verificati eventi così drammatici e credo che come società abbiamo il dovere di interrogarci a fondo. Ma non è su questo piano di riflessione che si deve collocare la discussione attorno all’ennesimo pacchetto sicurezza annunciato dal governo. Non ha alcun senso – e lo capisce chiunque – utilizzare ogni volta il singolo fatto di cronaca per affermare che ci vuole più repressione verso i minorenni (e ancora di più se sono stranieri), che è con il carcere che si risolvono questi problemi, che se ci fossero state pene più lunghe e più aggravanti allora Abu non sarebbe morto. Queste sono bugie sostenute da chi, consapevole della menzogna, vuole vendere all’opinione pubblica il solo atto politico che – pur inutile – si compie rapidamente: l’introduzione di nuove norme penali, meglio ancora se per decreto. Tutto il resto costa tempo, soldi e fatica: il sostegno alle periferie degradate, l’educazione all’affettività nelle scuole, l’educazione all’uso dei social network, le strutture di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, la costruzione di spazi di socialità. Durante una visita a un carcere minorile un ragazzino mi disse: “Se nel mio quartiere ci fosse stato un campo da calcetto adesso non sarei qui”. E, invece, è proprio lì che questo governo vuole continuare a mandarli.










