Una via d’uscita per liberarsi dal pantano, evitando il muro contro muro. Perché se Donald Trump ha commesso un «errore», altrettanto farebbe l’Europa andando allo scontro frontale con il tycoon. È la convinzione che muove Giorgia Meloni, che nella notte ha fatto rientro in Italia da Seul, ultima tappa della lunga missione nell’Indo-Pacifico intervallata da una sosta a Tashkent, per un bilaterale estemporaneo con il leader uzbeko. Un viaggio di 15 ore passate per lo più al telefono, lo sguardo fisso sul pc per “scrollare” le agenzie confidando in una de-escalation di cui tuttavia non c’è traccia. Anzi. Dopo la reazione ferma dell’Ue, Trump rilancia, dicendosi disinteressato alla pace, a maggior ragione dopo essersi visto negare il Nobel da Oslo.
Toni intimidatori che a Meloni rendono ancor più gravoso il compito di convincere gli alleati europei che rispondere alle provocazioni mostrando i muscoli non porta a nulla di buono, ma solo guai: «Si rischia un’escalation in cui ci faremmo malissimo tutti». È la convinzione che spinge Meloni a lavorare affinché Bruxelles non adotti la linea dura, ricorrendo a contro-dazi o, peggio ancora, ad attivare l’arma della clausola di salvaguardia, il cosiddetto bazooka invocato da Emmanuel Macron. «Con Trump dobbiamo trattare», perché, è convinta la presidente del Consiglio, «non ha nessuna intenzione di prendersi la Groenlandia con la forza». Ed è pur sempre un businessman, abituato ad alzare la posta: per questo occorre sedersi al tavolo e giocarsela. Le carte da calare per indurlo a più miti consigli passano dalla sicurezza e dai materiali rari, di cui Nuuk gronda. È il concetto che Meloni ribadisce in una girandola di telefonate che la tiene impegnata per ore. Dopo aver sentito Ursula von der Leyen e il finlandese Alexander Stubb, la presidente del Consiglio chiama nuovamente il segretario generale della Nato Mark Rutte e Friedrich Merz, che conviene con lei: occorre fare il possibile per non rompere con gli States. Una linea che il cancelliere tedesco ribadisce in conferenza stampa, sconfessando di fatto la posizione intransigente espressa appena 24 ore prima dal suo numero due, il ministro delle finanze tedesche Lars Klingbeil.












