Dietro la chiusura di questo sedicenne c’era qualcosa di più serio, di un atteggiamento arrogante. Caterina, la mamma che ci ha scritto, spiega come sia riuscita a capirne la vera ragione: una reazione al bullismo subìto
di Veronica Mazza
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“Vi scrivo perché non riesco più a capire mio figlio di 16 anni. Da mesi mi accorgo che Alessandro non dice mai ‘mi dispiace’, neanche quando è evidente che ha sbagliato. All’inizio, questo suo comportamento mi faceva arrabbiare: mi sembrava un segnale di maleducazione, di arroganza, di chiusura. Poi, col passare del tempo, la rabbia si è trasformata in una frustrazione più profonda, un senso di fallimento come madre. Pensavo stesse diventando insensibile”. Inizia così la storia che ci ha consegnato Caterina B., una mamma di 45 anni, che vive a Roma e lavora in banca. “Solo dopo ho scoperto che quel silenzio non aveva niente a che fare con la presunzione: era paura”. Il figlio non riconosce i suoi errori “Ho iniziato a rendermene conto nei piccoli gesti quotidiani. Un bicchiere rotto, una porta sbattuta, un compito dimenticato. Io lo guardavo, aspettavo quel semplice ‘scusa’, e invece niente. Rimaneva in silenzio, rigido, quasi trattenendo il fiato. All’inizio reagivo male. Mi sembrava un affronto diretto, una mancanza di rispetto verso di me. Mi innervosivo, gli dicevo che era importante assumersi le proprie responsabilità, che non poteva vivere come se tutto gli scivolasse addosso. Ma più cercavo di ottenere quelle scuse, più Alessandro sembrava chiudersi. La mia irritazione si trasformava in un peso, quasi una crepa nel nostro rapporto: iniziavo a chiedermi se fossi io incapace di insegnargli qualcosa di così semplice, se stessi sbagliando tutto. Mi sentivo impotente, come se ci fosse un muro tra di noi e io non riuscissi a scalfirlo”. Quando il ragazzo, finalmente, si apre con lei “Poi, una sera, mentre rientravamo in macchina, è successo qualcosa. Alessandro era agitato, più del solito. Gli ho chiesto cosa avesse, e dopo un lungo silenzio ha parlato. Mi ha detto che a scuola lo prendono spesso di mira, che alcuni sui compagni lo correggono davanti agli altri, che gli fanno notare ogni errore come se fosse una colpa. ‘Se chiedo scusa, è come se ammettessi che sono davvero quello che pensano loro: quello che sbaglia sempre’, mi ha detto, senza riuscire a guardarmi negli occhi. Mi si è stretto lo stomaco. Tutto quello che credevo fosse arroganza era in realtà paura. Paura di essere umiliato, di confermare un’etichetta che altri gli avevano appiccicato addosso. Ho capito che non era lui a non voler chiedere scusa: era il mondo intorno a lui che gli aveva insegnato che scusarsi equivaleva a esporsi, a diventare fragile davanti a chi non aspettava altro che un cedimento”. Chiedere scusa è un gesto di coraggio “Da quel momento ho capito che continuare a insistere sulle scuse non avrebbe avuto senso. Alessandro non ha bisogno di lezioni di educazione: ha bisogno di sentirsi al sicuro, di sapere che qui, a casa, può sbagliare senza essere definito dal suo errore. Ho iniziato a cambiare tono, a mostrargli che si può dire ‘scusa’ senza perdere qualcosa di sé, che anzi è un gesto di coraggio. Provo a dargli esempio, a parlargli senza giudicarlo, a restituirgli quella fiducia che la scuola sembra aver distrutto un pezzo alla volta. So che il percorso sarà lungo. So anche che, da sola, ho paura di non vedere tutto, di non essere lucida. È per questo che scrivo a voi: ‘Come posso aiutare mio figlio a non avere paura dei suoi errori senza farlo sentire sbagliato? Ho bisogno di capire quale strada prendere per non perderlo’.






