L’intervento dell’Associazione Nazionale Magistrati nel dibattito sul referendum in materia di giustizia non è una semplice presa di posizione tecnica. È un atto politico vero e proprio, che solleva un problema serio: il confine tra indipendenza della magistratura e partecipazione nell’agone politico.

Formalmente l’Anm è un’associazione privata. Di fatto, però, rappresenta uno dei poteri dello Stato giacché la quasi totalità dei magistrati ordinari ne fa parte. Questa ambiguità rende il suo intervento estremamente critico. L’Anm non parla come una qualunque associazione, ma con l’autorevolezza che deriva dall’esercizio della funzione giurisdizionale dei suoi iscritti.

Non si tratta di censurare la libertà di manifestazione del pensiero dei singoli magistrati, ma di interrogarsi sulla compatibilità sistemica di una presa di posizione collettiva e organizzata. Quando un siffatto soggetto interviene su uno strumento di democrazia diretta come il referendum, invitando a contrastarne l’esito, non si limita a esprimere un’opinione. Tenta di orientare la volontà popolare. Ed è qui che il ruolo viene superato.

La Costituzione affida alla magistratura un compito fondamentale ma circoscritto: giudicare. L’indipendenza non è un privilegio corporativo, ma una garanzia funzionale del giudice a tutela dei cittadini. Proprio per questo presuppone distanza dalla competizione politica.