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In confessionale nella testa e nel cuore di un prete non c’è mai il giudizio ma sempre l’accoglienza fatta di ascolto attento, cioè non c’è nulla che vale poco o qualcosa che vale di più, non c’è nulla di scontato, non c’è nulla di secondario
Nei giorni scorsi mi è stata fatta una domanda: «Qual è il peccato più curioso che hai sentito in confessionale nei giorni di Natale appena trascorsi?». Ho chiesto al mio interlocutore cosa intendesse per «curioso». Scabroso? Pesante? Imbarazzante? Grave?
La sua risposta è stata semplice: «Mi chiedo se qualcuno abbia detto qualcosa che abbia destato in modo particolare la tua attenzione o è stata solo la solita noiosa lista della spesa dei quattro peccati sempre uguali riciclati da tutti: Messe saltate, preghiere non dette, parolacce, bugie, litigate e poco altro». Innanzitutto è doverosa una precisazione. In confessionale nella testa e nel cuore di un prete non c’è mai il giudizio ma sempre l’accoglienza fatta di ascolto attento, cioè non c’è nulla che vale poco o qualcosa che vale di più, non c’è nulla di scontato, non c’è nulla di secondario. Tutto è importante quando una persona apre il suo cuore e sfoglia le sue storie, nessuno ha il diritto di ritenere secondario nemmeno un dettaglio di quello che viene condiviso perché per l’interessato può essere una sfumatura decisiva, nel bene o nel male. Quanto invece alla casistica, non ci ho pensato nemmeno un secondo: subito ho avuto un flash su un peccato che in quasi trent’anni di sacerdozio non avevo mai sentito e che una persona mi ha confessato nei giorni scorsi con la fantasia che spesso accompagna la finezza della profondità di tante anime che incontro: «Ho permesso che il mio cuore subisse atti impuri, senza difenderlo». Subito ho pensato: «Oddio, che significa? È un modo per dire che ha subito abusi e violenze?






