Nel dibattito pubblico e manageriale sull’intelligenza artificiale si è affermata una narrazione fuorviante: quella che attribuisce alle macchine qualità tipicamente umane. Una scorciatoia linguistica che, a giudizio di Rosario Sica, fisico cibernetico di formazione ed esperto di processi di trasformazione digitale (nonché ex Ceo di OpenKnowledge, professore a contratto presso Polimi Graduate School of Management e autore per Guerini Next di due libri dedicati all’innovazione nello sviluppo organizzativo, The value of Purpose. Finding meaning in an organization: a duty towards people and the future e The Employee Experience in the era of AI), nasce da una diffusa e superficiale antropomorfizzazione dell’AI. Il rischio di fare confusione, insomma, non è solo teorico ma assume un carattere strategico, perché equivocare simulazione ed esperienza porta a decisioni organizzative errate, soprattutto quando l’intelligenza artificiale viene presentata come soggetto cognitivo autonomo. In un’epoca in cui l’azienda è liquida ed è saltato il meccanismo dell’impiego full time in ufficio, capire come l’intelligenza umana (pensiero critico, creatività, consapevolezza) debba essere valorizzata è per i manager una priorità irrinunciabile, nel solco di una rivoluzione che, nella sua essenza, non è (solo) tecnologica ma (principalmente) cognitiva.
Perché l’intelligenza artificiale non può sostituire l’esperienza umana nel management
L’esperto Rosario Sica evidenzia come l’AI, priva di emozioni e consapevolezza, richieda una leadership che valorizzi il pensiero critico e la formazione continua per guidare la trasformazione digitale






