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Ultimo aggiornamento: 17:51
C’è una parola che in questi giorni mi gela il sangue più delle notizie atroci che arrivano da Teheran: negoziare. Per molti diplomatici, seduti comodamente nei loro uffici, “trattare” è un esercizio di realismo politico. Per me, lo dico chiaramente, è un atto di codardia pura. Significa sedersi a tavola con degli assassini e discutere il prezzo del sangue di una generazione che sta dando tutto – letteralmente tutto – per la libertà.
Non posso restare in silenzio di fronte a questo paradosso. Almeno 12.000 persone, molti ragazzi sotto i trent’anni, sono state uccise in quello che è il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran. Eppure, mentre i dati medici confermano l’apocalisse delle notti dell’8 e 9 gennaio, vedo le diplomazie occidentali che ricominciano a muoversi con la solita ambiguità.
Non giriamoci intorno. L’entusiasmo per le “linee rosse” tracciate da Trump sembra essersi sciolto come neve al sole. Vedere la Casa Bianca che apre a un possibile accordo economico proprio mentre nelle carceri di Evin si stringono i cappi al collo dei ragazzi mi suscita un’indignazione profonda. Il mio sospetto è ormai una certezza: il coraggio di quei “leoni” viene usato come una semplice merce di scambio. Si cerca la vittoria diplomatica da prima pagina, lasciando però le chiavi del potere in mano a una teocrazia che ha fatto del massacro il suo unico metodo di governo. È un film che ho già visto, e il finale è sempre lo stesso: il regime sopravvive e il popolo viene abbandonato al suo carnefice.










