Ogni mattina, Azadeh Ghasemi si sveglia presto a Toronto: è già pomeriggio a Teheran, per via del fuso orario, le due città sono separate da otto ore e mezzo. Lo fa per sapere come stanno i suoi ari e per avere ai suoi amici informazioni dirette sull’Iran: vede in tv le proteste dei suoi connazionali e la brutale repressione della teocrazia musulmana dell’Ayatollah Ali Khamenei. Da venerdì scorso, però, non ha più notizie nè dei suoi genitori, né dal marito. «Sono molto preoccupata per la mia famiglia: mio padre mia madre sono anziani, saranno barricati in casa, non vanno in strada a protestare, temo invece per la vita di mio marito» racconta al telefono dal Canada. Per anni, internet e il telefono è stato l’unico modo con cui è rimasta in contatto con i suoi cari e il suo paese: vive giorni di angoscia. Ma «Dopo 47 anni e sei tentativi di cambiare il regime, spero che questa sia la volta buona».
La speranza della fine del regime islamico
Nonostante la paura, la 44enne iraniana non ha un momento di esitazione se le si chiede cosa dovrebbe fare il popolo iraniano: «Se ogni iraniano dovesse fermarsi a pensare al fatto che ha una famiglia o figli che lo aspettano a casa, allora chi potrebbe cambiare le cose? Trovo ammirabile quello che gli uomini e le donne iraniane stanno facendo in questi giorni».








