C’è un modo particolarmente rivelatore per capire che cosa sia diventato l’Iran dopo il 1979: osservare che fine abbia fatto la musica, non come ornamento o passatempo, ma come vero termometro politico e culturale. Perché poche arti, come la musica, raccontano con tanta precisione il rapporto di un potere con il corpo, con la libertà, con l’emozione e con la voce. Prima della rivoluzione islamica, l’Iran non era affatto quel “deserto culturale” che l’Occidente tende a immaginare retroattivamente. Al contrario: sotto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi, la Persia visse una stagione di apertura internazionale senza precedenti, anche- e soprattutto- sul piano musicale. A Teheran esisteva una vita concertistica intensa, un teatro d’opera moderno (la Roudaki Hall, inaugurata nel 1967), festival, scambi continui con l’Europa. La musica non era tollerata: era considerata parte integrante del progetto culturale del Paese. Non si trattava solo di una politica di facciata. Pahlavi amava profondamente la musica e la considerava un elemento centrale dell’identità persiana, che affonda le radici in una tradizione millenaria: dalla musica colta sasanide alla poesia cantata, fino alla raffinata teoria modale persiana.