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Blackout, arresti e minacce esterne mentre Teheran schiera tutta la sua macchina di controllo. Ecco come funziona

Nelle ultime ore l’Iran è attraversato da uno degli sconvolgimenti più gravi della sua storia recente. Le proteste antigovernative, iniziate il 28 dicembre, sono entrate nel sedicesimo giorno con una repressione sempre più violenta da parte delle forze di sicurezza. Secondo gruppi per i diritti umani il bilancio delle vittime ha superato quota 500 morti tra manifestanti e personale di sicurezza, mentre oltre 10.600 persone sono state arrestate in tutto il Paese.

Da oltre quarant’anni la Repubblica islamica resiste a pressioni che avrebbero messo in crisi molti altri sistemi politici: una guerra devastante con l’Iraq, movimenti separatisti nelle regioni periferiche, scontri diretti e indiretti con gli Stati Uniti, operazioni clandestine contro dissidenti all’estero, sanzioni economiche paralizzanti, una guerra a bassa e alta intensità con Israele e, soprattutto, cicliche ondate di protesta interna. Questa resilienza non è il prodotto di un solo apparato, ma di una complessa architettura di sicurezza costruita nel tempo, fondata sulla sovrapposizione e sulla competizione tra forze diverse, pensata per garantire la sopravvivenza del regime anche in condizioni estreme.