Un buco per terra, sei passi tra il letto e il muro e il suono assordante della propaganda di regime che rimbomba tra le pareti di un "freezer" o di un "forno", a seconda della stagione.
È l’inferno bianco del carcere Rodeo, a trenta chilometri da Caracas, descritto dal testimone oculare Iván Colmenares García: un racconto lucido e atroce che squarcia il velo sulla detenzione dei cittadini italiani Alberto Trentini e Mario Burlò, trasformati dal governo venezuelano in "pedine di scambio" politiche.
Nel penitenziario Rodeo, a trenta chilometri da Caracas, «si sta sempre nella cella, tranne un'ora al giorno per andare al corridoio esterno dove si vede il cielo. Per portarti lì le guardie ti ammanettano e ti mettono un cappuccio sulla testa. Quando è arrivato, Alberto era sconvolto. Io e lui avevamo attacchi di ansia, per cui il servizio infermeria ci dava delle pillole di Sertralina (un antidepressivo, ndr). Mario è più bilanciato, riusciva a rimanere calmo». A raccontarlo a la Repubblica è l'attivista colombiano dei diritti umani, Iván Colmenares García, arrestato in Venezuela nel 2024 e che è a casa dal 24 ottobre scorso.
Ha avuto come compagni di detenzione gli italiani Alberto Trentini - «era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana» - e Mario Burlò. «Alberto sa di essere un prigioniero politico, una pedina di scambio - racconta - facciamo parte di organizzazioni umanitarie». E spiega: «per il regime siamo profili perfetti per negoziare la liberazione con i governi stranieri e ottenere qualcosa».












