In Italia, il dibattito sulla riforma del sistema fiscale, in particolare sulla riforma dell’IRPEF, è limitato tipicamente a rivedere, da un lato, l’ampiezza degli scaglioni (ridotti da cinque a quattro con la legge di bilancio 2022 e da quattro a tre con la legge di bilancio 2024), dall’altro, la misura delle aliquote marginali (la legge di bilancio per il 2026 riduce quella centrale dal 35% al 33%).Continua invece a ricevere meno attenzione la definizione dell’ampiezza della base imponibile, non tanto per l’evasione fiscale (che continua ad essere un problema strutturale del nostro sistema tributario che andrebbe adeguatamente affrontato), quanto per l’esclusione dalla base imponibile dell’imposta progressiva di categorie sempre più ampie di redditi. L’IRPEF, nata come imposta omnicomprensiva su tutti i redditi, grava infatti oggi quasi completamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione (che nei fatti sono redditi da lavoro dipendente differiti), due categorie che ormai pesano meno della metà sul totale dei redditi nazionali.
Questa concentrazione del carico fiscale su sole due categorie di redditi (che secondo i dati OCSE garantiscono l’82% del gettito) è dovuta al fenomeno dell’erosione fiscale, cioè l’accumulo di numerosi “regimi sostitutivi” che, negli anni, hanno spogliato la base imponibile originaria dell’IRPEF, assoggettando numerose tipologie di reddito a regimi di tassazione “speciali”. Esempi tipici sono la tassazione con aliquota del 26% della maggior parte dei redditi da capitale e quella con aliquota del 21% degli affitti (che scende addirittura al 10% se a canone concordato).







