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Tra le varie opzioni presentate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per prendere il controllo della Groenlandia c’è anche quella di comprarla. Trump ne aveva parlato già varie volte in passato, anche durante il suo primo mandato, suscitando l’indignazione dei groenlandesi e l’ironia dei danesi (la Groenlandia è un’enorme isola che fa parte del Regno di Danimarca, seppure con ampie autonomie di governo). Nelle ultime settimane è tornato insistentemente sul tema, portando anche i suoi alleati europei a prendere timidamente posizione contro di lui.
La legittimità di questa opzione sarebbe sicuramente contestata, per vari motivi. Il principale sta in uno dei principi fondanti del diritto internazionale, sancito tra gli altri anche dal trattato istitutivo delle Nazioni Unite: l’autodeterminazione dei popoli. Secondo questo principio, ogni popolo ha diritto di scegliere la propria forma di governo e di essere libero da dominazioni esterne. È un principio e non sempre viene rispettato, anzi, spesso viene superato da atti di aggressione che poi sono difficili da sanzionare. Ma un atto di compravendita sarebbe una cosa diversa.
Prima di tutto, dato che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca, per acquistarla gli Stati Uniti dovrebbero accordarsi con il governo danese, che si è sempre detto contrario. E anche se non fosse così il governo della Danimarca non potrebbe deciderlo autonomamente, ma dovrebbe passare dall’approvazione dei circa 60mila groenlandesi, che per la legge internazionale sono i titolari del diritto di autodeterminazione. I sondaggi dicono che l’85 per cento di loro è contrario a questa eventualità, l’8 per cento indeciso e il 6 per cento è favorevole.














