L’epopea della frontiera da conquistare, con le sue immense distese di praterie e gli scenari desertici dei canyon, da costa a costa: da quella atlantica, dove approdarono i primi coloni, a quella pacifica, che apriva le vie oceaniche verso l’Estremo Oriente. Ma anche un forte senso per gli affari, con l’acquisizione di terre attraverso la compravendita. La storia dell’espansione degli Stati Uniti d’America non è infatti relegata al solo e mitologico Far West: il serio interesse dell’amministrazione trumpiana per la Groenlandia può sembrare una pura arroganza yankee, un’imbarazzante esuberanza da palazzinaro, la spacconeria di chi è davvero convinto di riportare le lancette all’età dell’oro in cui gli USA erano l’unica vera superpotenza mondiale. Ma c’è un pezzo di storia che non si può tralasciare. Nel 1803, sotto la presidenza del padre fondatore Thomas Jefferson, Washington acquisì per 15 milioni di dollari (342 milioni di oggi) le 827.000 miglia quadrate della Louisiana, allora possedimento francese.

Le casse della Parigi napoleonica piangevano miseria e l’operazione raddoppiò le dimensioni degli Stati Uniti, considerando che la superficie includeva territori che sarebbero poi diventati Oklahoma, Arkansas, Kansas, Nebraska, Missouri e Iowa. La cronistoria degli acquisti include la Florida (1819), ottenuta dalla Spagna con il trattato Adams-Onís, che non prevedeva un pagamento diretto americano ma l’assunzione di una responsabilità pari a cinque milioni di dollari per i danni causati da cittadini statunitensi che si erano ribellati alla Spagna. Dal caldo Sud al freddo Nord, ecco poi l’Alaska (1867), pagata per meno di due centesimi all’acro alla Russia zarista per un costo complessivo di 7,2 milioni di dollari, diventata ufficialmente il quarantanovesimo Stato nel 1959.