Da un po’ di anni a questa parte il consueto bollettino dell’Istat sull’occupazione scatena una frenetica “caccia all’errore”. Manco fossimo sulla Settimana enigmistica, non appena i dati vengono snocciolati un esercito di gufi, declinisti e “contro” a prescindere si prodiga con tutte le sue forze per trovare il pelo nell’uovo, il numero che fa la differenza, la cifra che ribalta la narrazione. Ogni volta è più difficile. Un grande classico, quando gli indicatori sono tutti positivi, è quello del lavoro povero. Occupazione da record, ma gli stipendi sono troppo bassi. Ieri, ad offrire un appiglio ci hanno pensato gli inattivi. A novembre, hanno tuonato le cassandre, sono arrivate al 33,5%. Disastro e sciagura. A parte il fatto che l’aumento sul mese precedente è dello 0,2%, basta allargare un attimo l’orizzonte per vedere che trimestre su trimestre, dice l’Istat, gli inattivi «sono sostanzialmente stabili».

Quello che si cerca maldestramente di nascondere è che a novembre l’Italia ha registrato un tasso di disoccupazione al 5,7%, un livello che non si è mai visto dall’inizio delle serie storiche, nel 2004. E che ha giustamente suscitato la soddisfazione di Giorgia Meloni. «I numeri sono il frutto di uno sforzo comune. Il governo continuerà a fare la propria parte per sostenere chi crea lavoro. Avanti su questa strada», ha scritto il premier sui social.