ROVIGO - Il nuovo carcere minorile di Rovigo è stato ultimato e giovedì 8 gennaio si è svolta la cerimonia di inaugurazione alla presenza del governatore Alberto Stefani, del predecessore Luca Zaia (oggi presidente del consiglio regionale) e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari.
Il penitenziario destinato ai detenuti minorenni si trova in via Verdi ed è frutto della ristrutturazione degli spazi dell'ex carcere maschile della città, retrostante il Tribunale. Ospiterà 31 persone: quando entrerà in funzione vi lavoreranno 50 agenti di polizia penitenziaria oltre a un direttore e a 10 figure tra professionisti del settore pedagogico, impiegati e funzionari amministrativi. La struttura è di settemila metri quadri di cui tremila scoperti con aree verdi, palestra, campi sportivi. All'interno spazi per lo sport, lo studio e laboratori creativi.
«Il nuovo Ipm di Rovigo è il terzo da inizio legislatura - dichiara Ostellari - che inauguriamo, dopo quelli de L'Aquila e di Lecce. È un risultato che misura la presenza dello Stato e la risposta a un bisogno dell'intero Paese. Non è solo uno spazio detentivo, ma un luogo che coniuga perfettamente l'esecuzione della pena con la rieducazione, perché la giustizia ha senso solo se è capace di guardare al futuro. Un futuro fondato su regole certe, percorsi strutturati in spazi adeguati e sulla presenza concreta e quotidiana delle istituzioni. In luoghi come questo lo Stato dimostra di essere fermo, ma giusto». «Un istituto penale per i minorenni è il luogo in cui lo Stato tiene insieme due principi irrinunciabili: certezza della pena e possibilità concreta di cambiare strada. Chi sbaglia risponde, senza ambiguità. Ma se parliamo di ragazzi, la pena deve diventare anche un percorso obbligato di responsabilizzazione, studio e lavoro. Altrimenti non stiamo costruendo sicurezza, stiamo solo rinviando il problema ha aggiunto Luca Zaia -. Sappiamo che una pena senza progetto non produce sicurezza. Dove mancano formazione e lavoro il rischio di recidiva resta altissima, dove invece esiste un percorso serio e controllato, si riduce drasticamente. La rieducazione non è buonismo: è sicurezza futura e resta un pilastro irrinunciabile, ma non può prescindere dalla certezza della pena. Senza responsabilità chiare, il sistema perde di credibilità. Questo istituto non è un simbolo, ma uno strumento concreto: legalità e rieducazione sono le due facce della stessa necessità di sicurezza».






