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Nei discorsi, nei bigliettini e nelle chat che intercetto come insegnante, oggi, c’è un fiorire psichedelico di cazzi e culi. Parole facili, per i maschi tra i 12 e i 15 anni.
Quando litigano o scherzano si lanciano in immagini a sfondo sessuale e grottesco: noci di cocco infilate chissà dove, banane e pali che vorticano su corpi, orecchie e bocche e poi cose che farebbero a sua mamma, a tua nonna e a vostra sorella. La tipa di 3C che ha le tette così e cosà e me la porto di là e poi vedrà chi comanda. A volte sono scemenze, a volte violenze e immagini forti: le usano tra loro anche le ragazze, per offendere maschi e femmine col vilipendio del corpo in tutte le sue forme, che nelle loro parole diventa qualcosa di mostruoso e piatto. Le parole legate al corpo e al sesso hanno una carica sempre insultante, ripetitiva, senza profondità.
Ma cosa accade quando il corpo torna, potente e rivelatore, tra le nostre parole in classe?
Osservo certe reazioni in aula, mentre ascoltiamo Un malato di cuore di De André, nel corso di una lezione sull’Antologia di Spoon River che in anni recenti ho proposto in diverse classi, in contesti e scuole diverse.






