Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 7:00

Ero da poco diventato giovane pubblico ministero in Calabria e mi occupai di un processo in cui un’organizzazione mafiosa, attraverso il suo capo, accresceva il proprio potere e il proprio dominio sul territorio, con armi e violenza, accaparrandosi proprietà, attività imprenditoriali e commerciali, risorse di cittadini. Chi non si piegava alle richieste del boss e dell’organizzazione veniva minacciato, anche con scorribande in armi, e se ancora non si cedeva alle violenze le proprietà venivano attaccate con bombe e incendi, ci furono ferimenti e omicidi, fino a quando l’associazione mafiosa non otteneva quello che doveva ottenere.

Una volta un imprenditore fu anche sequestrato perché non voleva cedere i suoi terreni preziosi. Ma in uno stato di diritto, per quanto sgangherato come il nostro, alcuni cittadini ed imprenditori si rivolsero alla magistratura e alle forze di polizia ed alla fine l’organizzazione mafiosa fu disarticolata e i mafiosi furono arrestati, compreso il boss.

Ora abbiamo il capo del più potente Stato del mondo che si rivolge con minacce agli Stati da cui vuole ottenere qualcosa dicendo: se non fate come dico io metto i dazi sulle esportazioni al 300%; la Groenlandia mi piace e mi serve e me la dovete dare altrimenti la invado; ad un capo di uno Stato lo minaccia che deve lasciare il posto altrimenti bombarda il suo paese; datemi il petrolio altrimenti me lo vengo a prendere con le armi. E se qualcuno si oppone gli scatena contro le più potenti forze armate del pianeta e poi sequestra e cattura il capo di uno Stato, lo fa vedere al mondo intero bendato e in ceppi come un trofeo. Il gangster che si veste da sceriffo.