Le immagini scorrono, i dettagli si moltiplicano, l’evento resta lontano ma l’impatto emotivo è immediato. Tragedie come quella di Crans-Montana non colpiscono solo chi le vive in prima persona: entrano nelle case, nei pensieri, nelle paure quotidiane di chi guarda, legge, ascolta. Cosa succede allora nella mente di chi assiste “da lontano”? È solo empatia, voyerismo o qualcosa di più profondo che lascia tracce durature sul piano psicologico? Ne parliamo con Elisa Caponetti, psicologa, per capire come funziona questa forma di trauma indiretto e perché, davanti a certi eventi, nessuno resta davvero spettatore.

L’esperta: “Assorbiamo il trauma degli altri attraverso le immagini”

Dottoressa Caponetti, in che modo l’esposizione mediatica costante a una tragedia può trasformare una “eco emotiva” in un vero e proprio disturbo nel quotidiano?

Essere esposti costantemente a un evento traumatico può facilitare la trasformazione della percezione di un evento in un ‘rumore di fondo’ ansiogeno che va a saturare le risorse cognitive. In psicologia parliamo di traumatizzazione vicaria: un fenomeno per cui, pur non essendo vittime dirette, ‘assorbiamo’ il trauma altrui attraverso il racconto o le immagini. È come se la nostra mente, a forza di guardare nell’abisso del dolore degli altri, finisse per portarsene un pezzetto a casa. Questo meccanismo agisce alterando il nostro senso di sicurezza: il mondo smette di essere percepito come un luogo prevedibile e diventa intrinsecamente pericoloso. Quando l’eco emotiva impedisce il ritorno alla normalità, possono manifestarsi varie tipologie di sintomi e disturbi che vanno da uno stato ansioso e di allerta costante, come se fossimo sempre sul punto di dover fuggire da un pericolo imminente, a pensieri intrusivi legati a immagini della tragedia che appaiono improvvisamente nella mente mentre facciamo altro, come dei flash che non riusciamo a spegnere. In breve, non siamo più spettatori esterni, ma diventiamo partecipi di una ferita collettiva che cambia il modo in cui guardiamo i nostri figli o usciamo di casa”.