C’è una scena che fotografa meglio di mille convegni lo stato della giustizia italiana: un cartellone affisso alla stazione di Milano che chiede ai passanti: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?». Domanda secca, insinuante. Falsa. Non un’opinione, ma una bugia tipografica a caratteri cubitali. Perché il referendum sulla separazione delle carriere non tocca minimamente l’indipendenza del giudice dalla politica. Basta leggere il testo approvato dal Parlamento. Ma evidentemente leggere è diventato facoltativo. Mentire, invece, è tornato di moda. Il copione è sempre lo stesso. Si grida al golpe, si evoca l’Apocalisse democratica, si suggerisce che il cittadino, votando Sì, consegnerà le toghe a Palazzo Chigi. Una narrazione caricaturale, utile a spaventare e confondere. Non a spiegare. E infatti non spiega mai nulla. Non entra nel merito. Non discute l’articolo 111 della Costituzione. Preferisce il manifesto, lo slogan, la paura.
Dentro questo clima si inseriscono gli show dei vertici territoriali della magistratura inquirente, i procuratori della Repubblica, che sono scesi personalmente in campo. Come Nicola Gratteri, capo dei pubblici ministeri a Napoli, che ha deciso di trasformare l’ultima conferenza stampa giudiziaria dell’anno (era il 16 dicembre) in una succursale del comitato referendario pro toghe. Pur affermando di non farne parte, ne ha recitato comunque il copione a memoria. «Si sta cominciando a prendere posizione. Eravamo sotto di 25 punti, adesso siamo sotto di 6 punti», ha detto con soddisfazione. Aggiungendo: «Non partecipo né al comitato del No né agli incontri dell’Anm», ha precisato, salvo poi invitare tutti «a parlare un linguaggio comprensibile, con meno tecnicismi». In quella stessa occasione, Gratteri si è tolto pure lo sfizio di regolare i conti con una parte della stampa che ha il vizio di ragionare sulle cose, di essere indipendenti intellettualmente, e di sottoporre a verifica finanche le sue parole.







