C’è stato un periodo, sul finire dell’800, in cui gli astronomi hanno immaginato di vedere dei canali artificiali sulla superficie di Marte: a costruirli sarebbero stati i marziani, riteneva l’americano Percival Lowell, che avevano bisogno di trasportare l’acqua dalle calotte polari fino alle loro città all’equatore. Erano gli stessi anni de La Guerra dei Mondi di Wells, in cui i marziani erano invasori del pianeta Terra e da lì a breve sarebbe iniziato il ciclo di John Carter di Burroughs, un eroe senza macchia in lotta con gli indigeni marziani. Marte, quel rubino incastonato nel cielo, da sempre colpisce l’immaginario dell’umanità, e non è un caso se è il pianeta in assoluto più esplorato del Sistema Solare (dopo la Terra) e l’unico su cui pensiamo di poter vivere un giorno. Ma riguardo la ricerca dei marziani, come stiamo messi?UniversalImagesGroup/Getty ImagesI risultati delle VikingLa Mariner 4, lanciata nel 1964, fu la prima sonda che raggiunse con successo il pianeta rosso. Ne fece solo un sorvolo, scattò 22 immagini e inviò un segnale radio attraverso la sua atmosfera per studiarne le proprietà. Le fotografie di quella sonda furono una delusione: Marte era un deserto globale, polvere, sabbia, crateri, ma neanche l’ombra di Marziani. Poi, negli anni ‘70 arrivò il programma Viking: 2 satelliti e 2 lander per studiare il pianeta rosso in lungo e in largo. I lander furono le prime sonde a toccare la superficie del pianeta e da lì a ricavarne moltissimi dati unici. Tra questi, quelli ottenuti tramite un gruppo di quattro strumenti pensati proprio per cercare tracce di vita nel suolo: in pratica questi strumenti fornivano nutrimento ed energia al terreno marziano e poi misuravano eventuali tracce di gas prodotto da metabolismo microbico. Inizialmente si pensò di aver davvero trovato tracce di vita, poi analisi successive hanno messo in dubbio questi risultati, fatto sta che oggi è comunemente accettato che i dati delle Viking non hanno portato a nulla di conclusivo, dal punto di vista della ricerca di vita su Marte. Altri indizi, come quelli delle emissioni sporadiche di metano, sono invece ancor più ambigue: non sappiamo se ci sono davvero e, nel caso, esistono spiegazioni per l'emissione che non hanno bisogno di attività biologica.NASA-JPLUn antico oceanoSe i dati delle prime sonde non fecero ben sperare, pian piano si accumularono le prove di qualcosa di inaspettato. Delta fluviali, antichi bacini di laghi prosciugati, minerali che si formano solo in presenza di acqua in movimento, persino nell’emisfero nord il pavimento di un oceano: nel passato di Marte c’era acqua. Oggi le condizioni di temperatura e pressione non consentono l’esistenza di acqua liquida ma in passato l’atmosfera doveva essere molto più densa e calda, in qualche misura simile a quella terrestre. La cosa più affascinante è che l’acqua liquida esisteva circa 4 miliardi di anni fa, proprio nello stesso periodo in cui sulla Terra è comparsa la vita. Non potrebbe allora essere comparsa anche su Marte?Getty ImagesDove potremmo cercare?Gli indizi che ci possa essere la vita su Marte oggi sono piuttosto scarsi. Con tutti i dati che ancora oggi continuiamo ad accumulare sul pianeta rosso, non sembra che ci siano molte possibilità per la vita superficiale sull’odierno Marte, un ambiente davvero ostile per la vita, bombardato in continuazione da raggi cosmici e in cui le temperature possono variare tra 20°C di giorno a –140°C di notte. Questo però non esclude a priori che ci possano essere forme di vita sotterranee. Alcuni ricercatori, tramite dati ottenuti con il radar MARSIS della sonda europea Mars Express, hanno per esempio osservato quella che sembra essere una serie di laghi subglaciali salati nella regione polare nord di Marte. Se l’ipotesi è corretta, non si può escludere che ambienti di questo tipo possano essere in linea di principio abitabili.Universal History Archive/Getty ImagesIndizi dal passatoSe la vita oggi è comunque poco probabile che esista su Marte, non possiamo dire lo stesso di eventuali forme di vita passate. Un indizio mineralogico va proprio in questa direzione. Lo scorso settembre la NASA ha pubblicato un annuncio di una scoperta molto interessante fatta grazie ai dati del rover Perseverance: sulla roccia denominata Cheyava Falls ci sono dei noduli di minerali noti come greigite e vivianite, molto simili a quelli che sulla Terra si possono formare in ambienti di acqua dolce e marini come sottoprodotto di alcune reazioni biochimiche legate a dei microbi a bassa temperatura. Non conosciamo attualmente altre reazioni in grado di produrre gli stessi noduli nell’ambiente marziano, ma occorrerà aspettare nuove ricerche e – si spera – che la missione Mars Sample Return riporti i campioni a Terra, prima o poi. Nel frattempo, Cheyava Falls è l’indizio più forte di vita nel passato di Marte di cui siamo a disposizione. Il futuro ci porterà senz’altro nuove risposte.NASA