Una storica delle emozioni mette in discussione il mito dei sodalizi al femminile. E incoraggia a difendersi da relazioni tossiche e sorellanze insostenibili
di Laura Piccinini
Dice la storica delle emozioni Tiffany Watt Smith che l’amicizia femminile è sopravvalutata, o meglio, che è mitizzata male, fraintesa, falsificata. E non lo dice solo perché detesta le magliette Best Friend dall’età delle Spice Girls (l’ha nascosta a sua figlia per non metterle false aspettative addosso), ma soprattutto perché lei si è sentita sempre una Pessima amica, come titola il suo saggio (Utet). Che non si capisce bene se è una guida a liberarsene o a farsene di nuove. Probabilmente entrambe le cose perché, come diceva Simone Weil: “Ogni sogno di amicizia merita di essere spezzato”. Cinque anni per scriverlo, non risparmia nessuna. Aprite il libro, cercatevi e poi ponetevi il dilemma della passeggera: al processo di un’amica che ha investito un pedone, mentireste per scagionarla?
Con chi ce l’ha in particolare?
“La nostra cultura è inondata di narrazioni su quella che io chiamo amicizia femminile performativa, brandizzata, Bff, besties, sorellanze, work-wives (che sarebbero le mogli-sul-lavoro) e ovviamente le amiche Ai, che non ti lasceranno mai. Peccato che fuori dai social nessuna si abbraccia così e se c’è un’emozione che ha alimentato Instagram è il senso di inadeguatezza. Comparare, credere allo show off dell’invidiabile vita delle altre”.






